Notizie, cronaca, sport, eventi della Città di Lamezia Terme

Cittadino Agricoltura

Tre libri per uscire dalla comunicattività

Tre consigli di lettura per comprendere i risvolti dalle mille facce di un mondo immerso nella comunicazione
,
795 0

Questo non è un elogio della lentezza, né un anacronistico attestato di nostalgia per i tempi sbuffanti delle locomotive: questo è un percorso fatto di libri intorno al mondo della comunicazione

Che cos’è la comunicattività?
È questo stare in gabbia dentro i recinti della comunicazione, per cui tutto va comunicato, tutto va detto in fretta e furia per via etere, e guai a volerci camminare in equilibrio su questo filo, perché ci devi stare dentro il groviglio dei fili oppure sei out, ti sfili e arrivi tardi tardissimo all’appuntamento con la storia, una storia che è già bella che passata. Stare in gabbia dentro i recinti senza vie di fuga che ti facciano sperare che fuori il mondo sia tutta natura, e quella natura tu la vuoi attraversare, perché è da lì che vieni, lo senti che se stai immobile l’anima pulsa e fai ombra come la carne.
In balìa delle illusioni globali delle rivoluzioni del 2.0, senza confini fino a quando non ci sbatti contro la cupola di vetro che ti separa dalla vera libertà, che ti libera quando t’immergi nella realtà fuori dal reality, come in The Truman show; e come nel film ci aggiriamo con il sorriso più social che ci sia, tutti sconosciuti ma conoscenti, gli uni agli altri animali in comunicattività dentro un recinto immenso che pare infinito. E se solo la verità rende liberi, diceva qualcuno che al di là delle idiosincrasie religiose l’hanno crocifisso per troppa libertà, questo recinto porta in dotazione, come nelle migliori tradizioni zoologiche, tutti gli agi e le comodità: perché come fai a chiuderti alle spalle la porta della tua prigione se non ci vedi l’entrata del paradiso?
E siccome noi crediamo nei libri, ma prima ancora nella bellezza che salverà il mondo, così come diceva un altro – russo stavolta – che con i libri c’ha liberato idioti e demoni, proponiamo tre consigli di lettura per uscire da questo stato di comunicattività, partendo dal presupposto che per far entrare un po’ d’aria basta già la consapevolezza, mentre per respirare a pieni polmoni bisogna sostare in un tempo di belle parole.
Ma questo non è un elogio della lentezza, né un anacronistico attestato di nostalgia per i tempi sbuffanti delle locomotive: questo è un percorso fatto di libri intorno al mondo della comunicazione, passando per la consapevolezza e la ricerca, per arrivare infine alla cura.

 Paolo Bianchi, “Per sempre vostro” – la consapevolezza

Paolo Bianchi - Per sempre vostroPaolo Bianchi fa il giornalista, virgola, ed è consulente editoriale, punto.
Sono due anime, quella dei giornali e quella dei libri, che s’amano e s’odiano, perché una va in stampa, di corsa, l’altra corre a rifugiarsi da qualche parte, dentro i cassetti, per non essere unta e bisunta al di fuori dal pensiero; perché ci pensi e ci ripensi prima di pubblicare un libro e darlo in pasto, mentre il giornale sfama un mondo di voraci dell’informazione, ma che stranamente si accontentano di piccoli assaggi.
Paolo Bianchi collabora per le pagine di cultura, ça va sans dire, del quotidiano Libero, e scrive con un’anima sola, portando avanti diverse battaglie culturali (contro l’editoria a pagamento e contro i giornalisti venduti ad esempio) e scrivendo romanzi di particolare delicatezza e sensibilità. Per sempre vostro rivela anche ritmo e tensione nella scrittura, per quella che è un’inchiesta in forma narrativa sul mondo dei mass media e dei luoghi in cui questi prosperano e fagocitano: giornali e televisione.
Ci sono dei rigurgiti sensazionalisti dietro le operazioni mediatiche, questo è risaputo, ma pochi sanno – mentre tutti credono di saperlo – quant’è meschino quel diavoletto di un mondo dell’informazione, quanta inquietudine si nasconda dietro le carriere, quant’orgoglio venga calpestato in nome di un’occulta manovra di supremazia. Perché diciamocela tutta, vanno bene i numeri le copie l’ascolto, però il burattinaio manda anche a bruciare via il legno che sussulta un pizzico di umanità lungo i fili che non rispondono più.
C’è indignazione in questo romanzo, una storia forte, la storia di un giornalista, Emilio, con lo sguardo fisso sulla carriera, fino a quando non entra in crisi, davanti allo lo scoop della vita, all’intreccio ingenuo – altresì detto umano – con i sentimenti, con il cinismo, con quello show must go on che trattiene il sipario e manda allo sbaraglio i peggiori mostri  della modernità.
Questo è il romanzo della consapevolezza, del prendere atto di ogni malformazione congenita al delirio comunicativo, di una visione al di sopra del regno fatato di un mondo in piena comunicattività.

La città era grigia e lucida come la schiena di un cane bagnato. Noi ci stavamo sopra come le zecche. Cercavamo di tenerci al caldo e di succhiare il sangue. Strisciavamo verso la meta. La meta era il loculo. Ero una zecca in una pelliccia sporca o un criceto in gabbia?, pensavo guardando gli operai che si aggiravano con l’aria impotente di un’armata sconfitta intorno alle loro buche di fango, trincee.

 Paolo Di Paolo, “Raccontami la notte in cui sono nato”  – la ricerca

paolo di paolo, raccontami la notte in cui sono natoQuesto libro prende spunto dalla vicenda realmente accaduta di un ragazzo che un giorno ha deciso di mettere all’asta la sua vita su eBay. Di per sé questo parrebbe un caso normalissimo di insoddisfazione personale, ma la storia si arricchisce di un dettaglio: quel ragazzo è oggetto di un reciproco scambio esistenziale con Lucien, il quale decide di affidargli la sua vita per un periodo, con l’ingenuità di pensare che essa non abbia un senso, per poter andare via e comprendere il valore di ciò che sta lasciando, senza comprendere invece che è il senso della vita che andrebbe ripensato.
E così si arriva alla comunicattività in cui è condannato Lucien, un giovane cronista di un giornale di provincia, sempre ad avere a che fare con le parole, un precario di un sogno fatto di comunicati con preghiera di diffusione ed eccessi di comunicazione; come tanti nostri ragazzi persi dietro una firma scolpita su accordi centesimali, e in un tot a rigo non ci si trova decisamente niente di magico, ma è tutto così reale, perché possiamo immaginare tante vite ma non possiamo prescindere dalla nostra come fossimo calati su uno scenario, soprattutto se questo teatrino viene messo su da un sistema di carico e scarico merci che rende inutile ogni suggestione umana.
Paolo Di Paolo è un bravissimo scrittore italiano, finalista al Premio Campiello Giovani e al Premio Strega, collaboratore per varie testate nazionali ma con uno sguardo malinconico sugli eventi che tradisce la sensibilità del fine romanziere.
Questo è un romanzo poetico, commovente, con pagine che desideri rileggere per sottolineare la loro bellezza, per dire che con una prosa così non te ne staresti a bighellonare tra le redazioni in cambio di un’identità stracciata, o peggio in un tutt’altra dimensione a stravolgere la tua vera essenza. Perché è inutile che scappi altrove, quello che devi fare è imbrattare fogli e lasciare che tutto il resto si convinca da sé.

Dice: non ci vuole niente a farsi bastare la vita, soprattutto se è come la tua: hai la passione, hai un lavoro per spenderla; che altro serve? Il resto viene da solo. Il resto, Filippo, a me manca proprio il resto, gli rispondo, è una vita che lo aspetto questo resto, credo sia ora di andare a cercarlo da qualche parte, lontano da qui, prima che sia troppo tardi. Io, fa lui, io ci metterei un attimo a farti funzionare la tua vita, a curarla.

“Quel ragazzo di via Solferino” di Gaspare Barbiellini Amidei – la cura

gaspare barbiellini amidei quel-ragazzo-di-via-solferinoQuesto libro è la cura. Per i malati di divismo, della smania di costruire l’informazione correndo dietro gli istinti non proprio nobili della gente; per i malati d’informare secondo una tecnica di selezione delle notizie tipico dell’assemblaggio meccanico; malati di un immaginario shock e apocalittico della fine miseranda della stampa in favore della crisalide della virtualità informatica.
Questo è l’ultimo libro di Gaspare Barbiellini Amidei, giornalista e intellettuale cattolico scomparso nel 2007, con tanti anni di esperienza come vice-direttore al Corriere della Sera e come direttore de Il Tempo. É un libro, dal sottotitolo programmatico Una lezione di giornalismo, che raccoglie ricordi e testimonianze su questo lavoro affascinante, aneddoti vissuti accanto a grandi firme come Enzo Biagi, di cui sottolineava “la capacità di far uscire il commento dalla cronaca vista e vissuta”, e Indro Montanelli, ricordato come un giornalista puntuale nello “scrivere esplicito come la pensava”; e ancora Pier Paolo Pasolini, Italo Calvino ed Eugenio Montale.
La sua penna, raffinata come poche, restituisce un’idea di giornalismo lontana dall’irruenza invadente nella vita del lettore dei segugi della notizia, perché per Barbiellini Amidei “come va garantita la libertà del giornalista, va garantita la libertà dal giornalista”. Libertà è la parola d’ordine, fuga dai giorni di ripetuta monotonia appresso il mondo che elemosina ciance da strilloni, perché “la forza immodificabile del giornalismo è nel poter dare nome alle cose” scrive, e pare vederlo un maestro di giornalismo farsi bambino e appiccicare scarabocchi ad ogni cosa, nello stupore che ogni cosa che si narra è pienamente vera solo quando non ci si dà per vinta sulla sua presunta identità.
Questo libro è la cura per preservare le creature dentro lo spettacolo vanesio del circo mediatico.

Ripetitive, le notizie volano simili eppure cangianti. Paiono quelle farfalle velenose che gli entomologi chiamano ballerine di mare. Ondeggiano a pochi metri dalla spiaggia, esili, lievi e colorate come le notizie d’agosto. Farfalle e notizie talvolta pungono, con diverso colore.