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Ecco come vorremmo che sia ( e perché) un responso elettorale, ad iniziare da domenica 26 gennaio.

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Anno 2020: la politica sta per consegnare alla storia un momento veramente “hard”; un momento forse più che decisivo su ogni scacchiere di diplomazie che sono più di programmazione – morte che di quello di vita, così come appare allo stato delle cose, attraverso l’atteso risultato che arriverà dalle   cabine elettorali dell’imminente 26 gennaio.   Un interrogativo, questo, fondato sul periodo elettorale per il ricambio dei suoi rappresentanti istituzionali, “sganciati” dalle regole della politica e, se vogliamo, del ruolo specifico che ha il meccanismo democratico.

Ipotizzato sinteticamente questo, si determina allora che due Regioni piccole – come Emilia-Romagna e Calabria- siano di fatto gli iniziatori (o meno) di questa fetta di storia nazionale, da allargare oltre i confini internazionali e addirittura mondiali, al cui interno le popolazioni tutte stanno depositando in archivio i movimenti pseudo-religiosi, quelli che sono sospinti dalle minacce di forze oscure ed ambigue, individuabili attraverso una pratica dove tutto è possibile purché il tutto sia “ estremismo”.

Vere e proprie “bombe atomiche” che non sono soltanto quelle diversamente esplosive, quanto tutti i movimenti che si identificano nei fondamentalismi di giornata.

Cosa c’entra tutto questo con le elezioni regionali alle porte? C’entra, e come, per ricordare soprattutto che viviamo in  un periodo estremamente delicato e difficile, nel cui ambito ognuno si immagina di svolgere la sua parte ed ogni “parte” si addita come quella veramente necessaria e “legale” per diventare  i protagonisti – anche nel piccolo”, per una cordata di eroi o, meglio, per la sopravvivenza, fagocitata  per poter alimentare ovunque  minacce, paure, nuove categorie di poveri che bivaccano per il mondo finché “ bomba”, o carestie, verranno.

In tal quadro misteriosamente realistico, due vie di fuga si presentano e che chiamano in causa due minuscole realtà territoriali, quali sono Emilia-Romagna e Calabria.

Sarebbe opportuno che da queste due Regioni si elevi un coro unanime e                    massiccio per dimostrare che la pace, quando la si voglia e con il cuore, è possibile mediante un azionamento dei giusti e diversi “giochi democratici” che determinano il superamento delle divisioni, delle minacce ripiene di odio velenoso, ma dalla consapevolezza che ancora tutto è possibile.

Per concludere, ecco allora che sorge impellente la difesa del ruolo della democrazia, quella che ci fece rinascere dai teatri di guerra, trasformandoci in costruttori di pace, senza paure e senza ambiguità. La proposta deve allora arrivare da questa “minuscola” realtà elettorale.

La politica è cambiata (nel peggio) perché NON  C’E’ POLITICA  SE NON C’E’ DEMOCRAZIA.! Fino a pochi anni fa c’era lo spappolamento partitico; oggi c’è invece lo straripamento in gruppi e gruppetti amicali o, addirittura, parentali.

Ecco cosa ci aspettiamo dal responso delle urne: più democrazia e meno “carrierismi.

Saremo pronti a far festa  anche per tale “ ricambio?