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Lotta alla ‘ndrangheta? Senza dubbi, ma senza numeri e cortei

Ancora il magistrato Nicola Gratteri interviene su un tema tanto delicato quanto tanto importante, richiamando i Suoi colleghi sul campo di battaglia
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La ‘ndrangheta è una cosa seria, e per combatterla servono investigatori in grado di scrivere informative, notizie di reato, non servono numeri o parate. In tal senso sarebbe opportuno che la stampa, sia pur tra le mille difficoltà legate alla crisi del settore, svolgesse in maniera più seria e rigorosa la propria funzione

La riflessione non è di un giornalista o di una persona qualsiasi, bensì di una personalità quanto mai conosciuta e stimata, qual è il Procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri. Una personalità che non ha peli sulla lingua e forse ne ha anche fin troppi, almeno di come si mostrò in occasione del suo “attacco” alla Chiesa nel corso di “Trame 4”e per le cui sue esternazioni si ebbe anche la discesa in campo del segretario del Vescovo di Lamezia Terme, don Roberto Tomaino.

Il Magistrato entra anche oggi, quasi a piedi uniti, con un articolo di fondo pubblicato sull’ultimo numero de “L’Espresso”, per difendere giustamente una Magistratura che non riesce a smaltire i suoi pesanti carichi di lavoro (e che lavoro!) a causa della ristrettezza dei Giudici che devono occuparsi di valutare le richieste dei Pm e non tanto e non solo di agenti di Polizia giudiziaria, così come nel mese di aprile decise di operare (ma a tutt’oggi ancora soltanto a parole) il Ministro dell’Interno Angelino Alfano.

Riprendendo questa “promessa” da parte del Ministro dell’Interno, il Magistrato Gratteri  sbotta testualmente riflettendo sulla “proposta lanciata qualche mese fa dal ministro Alfano di aprire cinque sedi all’estero e di reclutare ottocento uomini per combattere la criminalità organizzata in Calabria. Mi chiedo come sia possibile ipotizzare una cosa simile con la grave carenza degli organici in atto ormai da diversi anni”.

Quindi, se di ‘ndrangheta si continua a parlare, è perché di mafia sta sopperendo e soffrendo la Calabria con “la presenza di 160 organizzazioni criminali, per un numero di 4.389 affiliati: 2.086 sono presenti nel territorio di Reggio Calabria e 2.303 nel territorio del distretto di Catanzaro”.

Basti solo pensare, a proposito e per come sottolinea il settimanale “L’Espresso”, che la Procura antimafia di Catanzaro, e quindi il Tribunale, hanno a che fare con le cosche più feroci della  Calabria”, ove , si aggiunge, “operano delle associazioni di stampo mafioso storiche che hanno una elevata capacità di condizionamento e di infiltrazione nei settori economici, istituzionali e politici”.

gabriellareillo

Riflessioni condivise e sostenute dal Magistrato Gabriella Reillo, fresca di meritata nomina ai vertici della Magistratura catanzarese, che evidenzia come “l’Ufficio del Gip di Catanzaro ha competenza sul territorio di Catanzaro, Cosenza, Crotone, Paola, Vibo Valentia e lo stesso Catanzaro, per un bacino di utenza, correlato alla popolazione di oltre un milione di persone” ove soltanto sette Giudici, compreso il Presidente di Sezione, devono occuparsi “di valutare le richieste dei Pm, dagli arresti alle intercettazioni, e di svolgere processi con i riti alternativi (abbreviato e patteggiamento)”.
Un territorio,  riflette la Reillo, dove nel 2013 “sono stati trattati e definiti dalla Sezione Gip di Catanzaro 121 casi di omicidio e 50 di tentato. La maggior parte sono legati alle faide tra consorterie contrapposte”.

Una Calabria sempre più insanguinata, mortificata e terrorizzata da queste lotte di ndrangheta decise per far prevalere lo strato egemonico al loro interno e che sfocia spesso con la morte anche di chi non ne fa parte, come il caso del piccolo Cocò a Cassano Ionio,  o Antonio Maiorano, l’operaio di Paola, o ancora come un altro in tenera età,  Domenico Gabriele, di undici anni, “raggiunto da un proiettile mentre giocava a pallone a Crotone”. E la storia dei morti ammazzati ingiustamente potrebbe andare avanti, purtroppo!

Non servono numeri o parate

Ammonisce Gratteri.
Forse vi include lo stesso  evento di Trame 4? Crediamo di no e speriamo di no. La mafia si combatte anche e principalmente con l’arma del cuore, che è un’arma fatta di parole taglienti e che dovrebbero penetrare in cuori induriti, così come hanno fatto negli ultimi tempi Papa Giovanni Paolo II, Papa Ratzinger, Papa Francesco.

O come a Lamezia, teatro di ‘ndrangheta”, continua a fare il Vescovo.
Basta più cortei, o parate, o chiassate.
Parole di Gratteri. Ma parole anche di noi tutti.
Anche nostre: della stampa, che “in maniera più seria e rigorosa intende svolgere la propria funzione”.