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Come se t’accarezzasse il vento degli anni ‘50

La presentazione del libro dell’ex magistrato lametino Giuseppe Vitale
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É una storia d’amore, non si scappa, di quelle impossibili

Giuseppe Vitale è uno stimato magistrato. O meglio, magistrato lo è stato, perché adesso si gode la pensione gigioneggiando tra i libri della sua vasta biblioteca, che raccoglie persino un dizionario dei dialetti calabresi scritto dal filologo tedesco Rohlfs, il quale si dice visitò fino a quattrocento paesi delle province per stilarlo: roba da far accapponare la pelle agli eruditi.
É stato giudice istruttore, sostituto procuratore generale, presidente di tribunale e presidente vicario di corte d’appello, insomma tutta una serie di incarichi che poco ti fanno pensare a un fine cesellatore di espedienti narrativi, tali da sollecitare il giudizio positivo di Francesca Viscone, autorevole giornalista e docente calabrese, nonché autrice del romanzo Concerto a Berlino, che ha ricevuto entusiastiche recensioni anche sulle pagine nazionali.
Questo per dire che c’è un romanzo di Giuseppe Vitale, dal titolo rappresentativo di questi tempi editoriali di particolare attenzione per la fascinazione poetica, “Come se l’accarezzasse il vento”, uscito per l’editore Gangemi, che è stato presentato dal Centro Riforme Democrazia e Diritti di Costantino Fittante presso la libreria Tavella di Lamezia Terme.
É una storia d’amore, non si scappa, di quelle impossibili come nel migliore dei cliché, tra il diciottenne Ugo, in villeggiatura con la famiglia, e una signora francese trentacinquenne, Cristiana; eppure l’ambientazione in un piccolo paesino calabrese restituisce un ritratto storico e sociale di una certa borghesia illuminata – così come la definisce lo stesso Vitale – dall’approccio umano per così dire solidale. “L’attenzione al sociale, al debole, al contadino mi appartiene per estrazione familiare – spiega l’autore – io appartengo a quella che si può definire una borghesia democratica”. Per poi concludere con una dichiarazione d’intenti di ancora più nobile adesione: “Sento una profonda empatia con il dolore del mondo”.

Calafuri è un luogo dell’anima e della memoria

Se a molti può sembrare semplice realizzare un ritratto di un’epoca, alternando a primi piani sentimentali figure intere di gruppi sociali, sarà poi osservandolo nelle parole della Viscone che si comprenderà quanta delicatezza e perizia ci vuole per ottenere un racconto che non sia una semplice cronaca buona per tutte le sceneggiature: “É un testo complesso, con un lessico molto curato e prezioso per quanto riguarda l’italiano, ma comunque dalla scrittura fluida”, è la definizione del libro offerta dalla giornalista, che poi conclude: “Ma c’è anche una ricerca lessicale accurata nell’uso del dialetto, un dialetto sentito emotivamente”.
Dunque un lavoro complesso e difficile considerata la drammaticità del tema, che è lo scenario tragico di un dopoguerra tutto calabrese, come meglio chiarisce ancora la Viscone: “La Calabria che viene fuori da queste pagine è bellissima dal punto di vista paesaggistico, ma spossata per i mali descritti: la miseria, la ‘ndrangheta e l’emigrazione”.
C’è amore ma c’è pure violenza tra le righe, dunque, la violenza della criminalità organizzata e quella di un feroce sradicamento dalle proprie origini, per raccontare storie di intensa umanità, e magari comprendere la condizione dei bambini che in un luogo di mare della Calabria dei primi anni ’50 si mettono in posa con sguardi intelligenti e bocche da sfamare.
“Calafuri è un luogo dell’anima e della memoria – spiega Vitale, riferendosi all’ambientazione del romanzo – anche se esiste in realtà sotto un altro nome, Ardore Marina, un paesino lungo le coste del reggino in cui io e la mia famiglia passavamo le vacanze”.
E così passando da fiction a realtà, racconta di quando laggiù conobbe un console fascista che s’accompagnava alla moglie francese, che lo suggestionò a tal punto da ispirargli la storia narrata in Come se l’accarezzasse il vento.
Uno scritto tutto meridionale, certo. E infatti Giuseppe Vitale rivela legami di fervore narrativo con scrittori come Saverio Strati e Corrado Alvaro, e oggi Carmine Abate; per la sensazione di corrispondere ai sussulti dell’epopea calabrese. Forse non proprio riferimenti, ma vere e proprie affinità elettive.