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Quanto ci costa il non fare, rapporto dell’osservatorio

L'incidenza maggiore nel settore delle telecomunicazioni
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I numeri, le priorità e i suggerimenti tratti dal Rapporto 2014 dell’Osservatorio sui Costi del Non Fare presieduto dall’economista della Bocconi, Andrea Gilardoni

Non fare infrastrutture costa all’Italia ben 810 miliardi di euro. I costi che la mancata realizzazione di opere prioritarie potrebbe comportare dal punto di vista economico, sociale ed ambientale nei prossimi 17 anni in Italia sono stati misurati dall’Osservatorio sui Costi del Non Fare presieduto dal professor Andrea Gilardoni del Dipartimento di Analisi delle Politiche e Management Pubblico dell’Università Bocconi.

LE PAROLE DEL BOCCONIANO

Il settore infrastrutturale italiano – ha spiegato il professor Gilardoni durante la presentazione dei risultati del Rapporto 2014 dell’Osservatorio – è da anni bloccato a causa di molte inefficienze, ha bisogno di nuovi sentieri di sviluppo. Da un lato, secondo il team di studiosi dell’Osservatorio, occorre realizzare nuove opere veramente prioritarie, interventi di ammodernamento ed efficientamento dell’esistente e di upgrade tecnologico in grado di migliorare le performance delle infrastrutture ed erogare servizi di qualità ai cittadini. Dall’altro, supportare le imprese del settore affinché sfruttino le opportunità date da una crescente domanda di infrastrutture a livello globale.

I NUMERI DEL RAPPORTO

Dalle analisi pubblicate nel Rapporto 2014 gli 808 miliardi di euro di costi de “non fare” sono la risultante di singoli settori considerati: per il settore energia è stato calcolato un costo di circa 70 miliardi, quelli dei rifiuti oltre 4 miliardi. Per il settore autostradale i costi del non fare sono stimati in circa 75 miliardi mentre quello ferroviario di circa 114 miliardi. I costi del non fare hanno per il settore della logistica circa 72 miliardi, infine il settore idrico 49 miliardi. Quello delle telecomunicazioni il costo del non fare più alto con 425 miliardi di euro.

LE PRIORITA’ STRATEGICHE

Secondo l’analisi dell’Osservatorio, al fine di evitare costi del non fare così alti, è necessario che gli investimenti siano concentrati in opere e interventi davvero prioritarie, una maggiore produzione di energia da fonti rinnovabili, il potenziamento della rete di trasmissione, una adeguata capacità di rigassificazione, termovalorizzazione, smaltimento rifiuti, sviluppo di infrastrutture logistiche e di trasporto di persone e merci, qualità e modernizzazione di reti idriche e impianti di depurazione, diffusione delle reti a banda ultralarga e miglioramento dei servizi connessi.

LE RIFORME AUSPICATE

Fondamentale la riforma del Codice sugli Appalti razionalizzando processi autorizzativi e realizzativi definendo iter standardizzati e chiaramente strutturati. Ma nessuna opera infrastrutturale può essere realizzata se non aumentandone il consenso delle popolazioni, sviluppando strumenti di maggior coinvolgimento come il dibattito pubblico. Indispensabile supportare politicamente e finanziariamente la partecipazione a progetti internazionali delle piccole e medie imprese, ma anche creare un mercato stabile e continuativo, anche dal punto di vista regolatorio, per favorire l’afflusso di capitali privati, anche internazionali.

QUANTE RISORSE SERVONO

Per coprire il fabbisogno infrastrutturale sino al 2030, spiega il Rapporto 2014, saranno necessari investimenti per 185 miliardi di euro: in uno scenario come quello attuale di riduzione della spesa pubblica e dell’esposizione bancaria, sarà importante riuscire ad attirare le disponibilità finanziarie di nuovi soggetti investitori come fondi pensione e assicurazioni. Investitori che in Italia, al contrario di altri Paesi, sono più propensi a titoli di Stato piuttosto che in infrastrutture. Magari favorendoli con agevolazioni fiscali degli investimenti in infrastrutture e detassazione dei fondi stessi.

I PARTECIPANTI

Su queste tematiche in due tavole rotonde anticipate dalla presentazione dei risultati dello Studio 2014 questa mattina presso l’auditorium Via Veneto di Fintecna, si sono confrontati i massimi vertici dei più importanti player del settore infrastrutturale tra cui Alberto Iarace (Acea), Marco Patuano (Telecom), Matteo Del Fante (Terna), Giovanni Vallotti (A2A e Federutility),Carlo Malacarne (Snam), Pietro Salini (Salini-Impregilo), Franco Bassanini (Cassa Depositi e Prestiti), Massimo Bruno (Enel), Barbara Morgante (Ferrovie dello Stato).

GLI ESEMPI DI BRUNO (ENEL)

Alberto Iarace, amministratore delegato di Acea Spa, ha parlato del gap infrastrutturale nel Lazio e della priorità di adeguare le infrastrutture ai bisogni della comunità, soprattutto nel settore idrico i cui costi operativi raggiungono il 50%. Marco Patuano di Telecom ha parlato di una nuova rivoluzione industriale e di come siano cambiati obiettivi strategici infrastrutturali in soli 5 anni, per esempio nella banda larga. Massimo Bruno, Direttore Relazioni Istituzionali del gruppo Enel che da tutte e 9 le edizioni del Rapporto supporta l’Osservatorio, ha elencato alcuni case history come le Energy Smart Grid dove l’adozione di tecnologie ICT in infrastrutture esistenti ne hanno incrementato efficienza e sviluppo, abbattimento di costi, miglioramento della gestione.

LE CRITICHE DI BASSANINI (CDP)

Barbara Morgante di Ferrovie dello Stato ha ricordato quanto siano strategiche oltre che le grandi infrastrutture, anche quelle medio piccole come nel settore del trasporto pubblico locale e i nodi ferroviari urbani dove occorrono anche nuove sinergie. Il presidente di Cassa Depositi e Prestiti Franco Bassanini, tra l’altro, ha rilevato la necessità di uno scenario regolatorio e normativo coerente e stabile per favorire investimenti infrastrutturali, ed in particolare di quanto mettano a rischio il sistema “azzeccagarbugli che si esercitano nel dire le cose che non si devono fare”. In proposito Pietro Salini del gruppo Salini-Impregilo ha spiegato che spesso, e ne è prova il fatto che il suo gruppo ha solo l’11% di business in Italia, nel nostro Paese i “no”, come nel caso della M4 milanese, durano si quando l’opera è quasi finita e che l’Italia ha un gap infrastrutturale tale che alcune famiglie italiane, per sei mesi all’anno, non possono godere di acqua corrente.

Sia per il numero uno di Snam Carlo Malacarne che di Terna Matteo Del Fante, un aspetto strategico per lo sviluppo infrastrutturale è l’interconnessione con i mercati europei ed internazionali auspicando anche un’unica rete decisionale in Europa.