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Don Pino Latelli: «La Messa nella solitudine di una chiesa vuota e a porte chiuse»

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Lamezia Terme. «Ricordatevi di me, della mia famiglia, delle necessità del mondo durante la messa». Con questa preghiera Fiorina, con le lacrime che bagnano il suo volto scavato dalla sofferenza e dalle preoccupazioni di questi giorni di pandemia, si rivolge ogni mattina a don Pino Latelli, parroco in solido della Chiesa del Carmine di Lamezia Terme, appena mette piede all’ingresso della   porta secondaria che immette nella Chiesa.

 «Sono spaventata – aggiunge la donna – ed ho una grande tristezza vedendo ciò che sta accadendo nel mondo: sembra una guerra che non finisce mai ed ora la gente comincia anche ad avere fame».  La parrocchiana Fiorina, una anziana donna forte che da un giorno all’altro è diventata debole ed insicura e che abita accanto alla chiesa della Beata Vergine del Carmine, incarna tutte quelle persone che soffrono, hanno paura e chiedono aiuto in questa realtà drammatica che stiamo vivendo.

«Le difficoltà e le paure di Fiorina, – racconta don Pino Latelli – insieme alle ansie e alle speranze della comunità, le presento al Signore durante la messa che, annunciata dal suono delle campane, celebro ogni mattina da solo e senza la presenza del popolo dall’inizio della pandemia. La Comunità si unisce nella preghiera spiritualmente in uno spazio della propria casa trasformato in un “angolo di luce dedicato solo all’incontro con Dio” e tutti i giorni chiede con insistenza a Dio che ponga fine a questa terribile epidemia. Anche la messa della domenica delle Palme, la Messa della Cena del Signore, la celebrazione della Passione del Signore, la Veglia Pasquale e la messa della Pasqua del Signore le ho celebrate in assenza del popolo e a porte chiuse.

Ricordo – afferma il prelato subito dopo – che il primo giorno che ho celebrato la messa da solo, con la sola presenza di un fedele, un senso di smarrimento, di intima sofferenza e di tristezza ha pervaso il mio cuore nel vedere dall’altare davanti a me una chiesa completamente deserta. Nei giorni successivi, pur rimanendo la difficoltà oggettiva e il profondo disagio a celebrare nella solitudine, forse perché non ero abituato o non ero pronto per questa emergenza, ho riscoperto la bellezza e il valore della comunione con Dio e con i fratelli.  Per questo motivo durante la celebrazione ho la netta sensazione di non essere solo e percepisco la presenza in chiesa, anche se solo spirituale, non solo dei fedeli, che ordinariamente sono presenti nei giorni feriali o festivi e che sono a conoscenza che sono sull’altare a celebrare l’Eucarestia, ma anche di tutta la chiesa raggiunta dal pane e dal vino diventati il corpo e il sangue di Cristo.

Celebrando la Messa, – spiega don Pino – mi viene da pensare che con me c’è il Papa, i vescovi, il nostro vescovo Giuseppe Schillaci, i sacerdoti, i cristiani della parrocchia e quelli sparsi in tutto il mondo, chi è più sofferente in questo tempo di covid-19, gli operatori sanitari, sociali e istituzionali, chi ha perso una persona cara senza il conforto di starle accanto e avere la possibilità di tenerle la mano. Idealmente in chiesa ci siamo proprio tutti: sono così tante le persone che il luogo sacro fa fatica a contenerle tutte.  È come se davanti a me scorrono lentamente i fotogrammi di una pellicola che ha impressi il volto di ciascuno, dei volti che ricordo e che posso chiamare per nome, tutti volti intrisi di tristezza, ansia e paura.

Ed è proprio nella messa che il Signore si avvicina al suo popolo, è vicino a noi, non ci abbandona, terge le lacrime dal viso di ciascuno e si fa presente sull’altare per essere offerto al Padre per la salvezza del mondo. Mi rendo conto, pertanto, che non siamo mai soli soprattutto in questo momento di grave emergenza perché Lui è vivo ed operante in mezzo a noi. E io sacerdote, sull’altare, avverto l’amore di Cristo, il calore fraterno delle persone, ma soprattutto il loro grido di aiuto. Cerco quindi di manifestare la mia paternità sacerdotale con amore e con premura caricandomi le sofferenze e le speranze dei fratelli portandole davanti alla bontà e alla misericordia del Padre, di cui domenica scorsa abbiamo celebrato la festa, perché cambi la sofferenza in gioia e il lamento in esultanza.

La realtà però – osserva con amarezza e franchezza il parroco –  è ben diversa in quanto la chiesa, purtroppo, è vuota e la presenza della gente è solo virtuale. Tutto ciò è veramente duro da vivere e da accettare e fa tanto male: il sacerdote, infatti, vive ed è per la comunità e ritrovarsi senza la comunità porta al cuore sconforto e dolore.

Alla fine della messa, – conclude don Pino a cuore aperto – mi soffermo, con gli occhi umidi ma fiducioso, davanti alla statua della Beata Vergine del Carmine per contemplare la tenerezza del suo sguardo materno su noi suoi figli sofferenti che certamente non abbandona in tempi così difficili e per affidare a Lei sia le speranze del mondo intero sia il profondo desiderio e bisogno del popolo di Dio di vedere aperte le porte della chiesa e finalmente di riprendere a partecipare alle celebrazioni delle funzioni religiose».

Lina Latelli Nucifero