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La picciotteria di Sambiase a fine ‘800 e il gioco di “patruni e sutta”

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A cura di Giuseppe Ruberto

[….] Nel 1896 la Sezione di accusa si occupò di 96 imputati sulla base di una decisione della Camera di consiglio del Tribunale di Nicastro. I picciotti di Sambiase erano “in relazione” con quelli di Gizzeria e di Nicastro.

I giudici della Sezione di accusa, che vagliarono i reati commessi nell’ultimo decennio, esclusero la responsabilità di un sacerdote che invece era apparsa certa per la Camera di consiglio del Tribunale di Nicastro, argomentando che “trattandosi di un grave delitto, per cui non bastano le voci generali, i semplici si dice; ma invece occorrono indizi positivi, univoci, sicuri, tranquillanti”.

L’anno successivo, sempre a Sambiase, un nuovo processo di appello riunifica tre sentenze del Tribunale di Nicastro di quello stesso anno.

La ‘ndrina, composta di 31 elementi, era accusata di vari reati commessi a partire dal 1891.

Questa associazione organizzata erano fra loro legate tra loro da un giuramento che si prestava sul coltello e l’ammissione era subordinata al pagamento di lire 7.50 e ad una distribuzione di vino.

Il luogo di riunione era nell’abitato del cortile di casa Scalfaro dove l’esercizio dei settari era la scherma al coltello. I segni esterni di riconoscimento era la foggia del taglio dei capelli, il cappello a cencio portato in modo particolare.Si imponevano col contegno spavaldo e provocatore.

L’abitudine a volere sopraffare le persone oneste con l’esercizio frequente di atti di camorra. Il loro lavorio lo dimostravano con innumerevoli danneggiamenti alle campagne.

Il capo primitivo degli affiliati, i quali aggiunsero il titolo di “Società dei camorristi”,prima di emigrare insieme ad altri negli Stati Uniti d’America cedè il grado con l’assentimento dei subordinati soci, al prevenuto secondo capo, – è l’azione per “riscuotere l’utile della camurra”.
I gradi ascendenti di tal ben organizzata associazione erano di picciotti, picciotti di sgarro, tra cui un segretario depositario di carte,maestro dei dritti e doveri,maestro di scherma e poi camorristi e sottocapi.

Vi era chi rivestiva la carica di segretario. quella di cassiere; di conservatore delle carte; di maestro di scherma. Il giuramento” era stabilito con lo statuto, che per essere troppo gelosamente custodito, non fu possibile repertare, e che l’ammissione essere proclamata da sei picciotti e da un sottocapo.

Un picciotto pronunciava la formula: col permesso di voi Capo contabile e dal rimanente di questa società questa mattina passo la votazione franca e libera sul conto di ( e si faceva il nome dell’aspirante). Nel caso in cui quella fosse stata respinta, veniva all’espulso suggerito il rimedio, previsto dallo statuto, il diritto di appellarsi all’assemblea dei camorristi, i quali unitamente al Capo della società, il quale poteva abilitare o derimere le controversie fra gli associati.

Decisa l’ammissione,era in obbligo del neofita di versare al cassiere la stabilita tassa di lire 7.50 o almeno lire 5.00. In tal caso doveva sopperirsi con complimenti di vino e cibaria per i camorristi; dopo del quale si “seguiva la importante e misteriosa formalità del giuramento.

Furono visti addestrarsi fra loro nelle diverse contrade Oppolese, Cerasolo, fiume Bagni,Villa Ferruzza, Anzaro e Cantagalli ove tenevano parimente delle riunioni.

Nè trascuravano l’esercizio della scherma persino dentro le carceri del loro Mandamento di Sambiase dove,quando supponevano di non essere visti tiravano la scherma con pezzi di legno fatti a forma di coltelli. Avvolte per qualche malcapitato che transitava per quelle contrade si intimava la “guazza” ( così nel gergo degli affiliati era intesa la mancia o camorra pretesa)

Sappiamo che la sua vita di relazione spesso si svolgeva nelle bettole. La bettola costituiva un punto di incontro, un centro di raccolta per gli uomini. Si chiacchierava, si facevano affari, ci si scambiava notizie e informazioni, si passava il tempo giocando a carte. La bettola costituiva per i ceti subalterni quello che la farmacia rappresentava per la piccola borghesia intellettuale di paese: il luogo abituale ove ritrovarsi e frequentarsi.

In particolare il gioco di “padruni e sutta”, si prestava a questa finalità rappresentando una micidiale miscela che sommava insieme questi molteplici elementi. Il gioco era davvero micidiale: uno dei partecipanti, a sorte, faceva il “padrone” e stabiliva – in rapporto dialettico con il “sotto” e attraverso un complesso sistema di regole, di procedure, di alleanze, di gesti simbolici, di parole a doppio senso allusive – chi dovesse bere. Capitava così che alcuni giocatori terminassero le partite senza aver bevuto. Erano lasciati, come si dice, “all’urmi”.

L’esclusione bruciava, ancor più se a rimanere all’olmo era uno solo, e tanto più che – protraendosi a volte per delle ore – la esclusione avveniva in presenza non solo dei giocatori, ma spesso di una folla di avventori che, come d’abitudine, facevano ruota attorno ai giocatori. Una folla anch’essa partecipe con lazzi, dileggi o anche, quando l’atmosfera era carica di tensione, con silenzi e sguardi eloquenti.

C’è un modo di parlare anche stando in silenzio. Le parole sarebbero venute dopo, a gioco finito. Non erano infrequenti, quindi, le liti, le risse, i ferimenti che si svolgevano entro le mura della bettola o, più spesso, fuori, dove, al riparo da occhi indiscreti, si consumavano omicidi o si sfregiavano gli avversari. Il vino bevuto era solo in piccola parte responsabile di quanto accadeva.

In realtà il motivo prevalente, quando fra i giocatori vi erano degli affiliati, era l’offesa ricevuta, la mancanza di rispetto nei confronti del picciotto, la messa in discussione del suo prestigio. Due picciotti, “rimasti una volta all’olmo”, reagiscono per “l’affronto ricevuto”.
La reazione dei picciotti è abituale e, frequente, si verifica dappertutto. Non ci si deve meravigliare, poiché il gioco appena descritto è “una delle forme di rappresentazione simbolica” e di conseguenza uno dei luoghi simbolici dove il picciotto e il camorrista dovevano riaffermare, dinnanzi a tutti, il loro ruolo e la loro appartenenza all’organizzazione.

1) Notizie sono tratte dal Fondo Sentenze Penali dell’Archivio di Stato di Catanzaro e da un estratto ‘Ndrangheta dall’Unità a oggi”, di Enzo Ciconte, Editori Laterza.