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Salute, ma quanto mi costi!

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Salute, ma quanto mi costi!

Una signora di Soverato, bisognosa di un’ ecografia renale, si prenota a fine giugno in ospedale, dove le viene detto che per poter fare l’ esame deve attendere  fino ad agosto e che deve pagare 54, 90  euro di ticket.

Data l’ urgenza, la donna ripiega su una clinica privata, dove la stessa ecografia, fatta due giorni dopo, le viene a costare 60 euro. Solo 5 euro di differenza tra pubblico e privato!

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La signora non è un caso eccezionale. In tutt’ Italia il caro ticket e gli interminabili tempi d’ attesa inducono molti pazienti a ripiegare sulle strutture private o, addirittura, a rinunciare del tutto alle visite specialistiche.

Lo denuncia al Tribunale dei diritti del malato CittadinanzAttiva, secondo cui sono calati del 9% esami e visite dopo l’introduzione della cosiddetta “compartecipazione” alla spesa sanitaria.

Secondo i dati della Corte dei Conti, nel 2013 gli italiani hanno speso 3 miliardi di euro per i ticket sanitari, cioè il 25% in più rispetto al 2010.

Le statistiche parlano chiaro. Molti cittadini non esenti preferiscono rinunciare  agli esami ospedalieri perché troppo costosi. Mentre, un cittadino su due preferisce pagare di tasca propria le visite mediche, sia per evitare le interminabili file della sanità pubblica, sia perché ormai dal privato si paga uguale, se non addirittura meno, col notevole vantaggio di non dover aspettare.

In effetti, da qualche anno a questa parte, lo stato e le regioni, per sostenere il sistema sanitario, impongono ai cittadini di compartecipare alla spesa per i servizi che ricevono attraverso il ticket.

Inoltre, bisogna sottolineare che le regole non sono uguali ovunque. Poiché la sanità è competenza delle Regioni, possono esserci delle variazioni da una realtà all’ altra.

Non tutti i cittadini, naturalmente, pagano il ticket. Ma non è così facile essere esentati. Chi ha un reddito basso, in assenza di altri fattori, deve pagare il ticket per intero. Per avere diritto all’ esenzione deve sussistere una combinazioni di variabili quali: reddito; età, patologie croniche o rare, invalidità, gravidanza, accertamento di tumori o di Hiv.

In generale, il pagamento del ticket è previsto per visite specialistiche, esami strumentali, analisi di laboratorio, pronto soccorso, cure termali,  acquisto di farmaci.

Al ticket vanno aggiunte l’eventuale quota di partecipazione ed una quota fissa di € 10 per ogni ricetta “rossa”.

Come riporta il sito del Ministero della Salute, alcune regioni (Lazio, Liguria, Calabria, Puglia, Sicilia, Campania, Friuli Venezia Giulia, Marche Abruzzo e Molise) hanno applicato la quota fissa aggiuntiva da € 10 senza modifiche. La Valle d’Aosta e le Province autonome di Trento e Bolzano non hanno applicato la quota fissa. Altre regioni hanno rimodulato la quota in base al valore delle prestazioni o alle fasce reddituali. Si distingue (in positivo) la  Sardegna, che ha applicato la quota fissa, ma solo a titolo simbolico, introducendo un contributo di 1 euro.

Nel Rapporto 2012 di CittadinanzAttiva sul federalismo sanitario, emerge anche che nell’ arco di cinque anni, dal 2007 al 2011, l’ incidenza dei ticket sulla spesa farmaceutica è quasi triplicata, passando da 539 a 1.337 milioni di euro. E anche qui la Calabria spicca tra le regioni più “care”.
Nella classifica del caro ticket, Toscana ed Emilia Romagna abbassano la  media, rispettivamente con 11,48 e 13,3 euro. Alzano la media, invece, Calabria (23,11 euro), Lazio (23,31) Lombardia e Veneto (24,10) e Puglia (27,63) e Campania (29,50).

Come si vede, le agevolazioni sanitarie per i cittadini non sono legate tanto  alle effettive necessità dell’utente, quanto ai bilanci delle regioni. “Quando serve far cassa- commenta A1life.it- si aumentano i costi per i cittadini”.

Secondo la Corte dei Conti è necessario intervenire sul sistema sanitario, al fine di ottenere un meccanismo di esenzione più equo e più attento ai bisogni delle famiglie colpite dalla crisi.

 

Antonella Mongiardo